Il popolo colpevole

I Rom mi sono simpatici, quando sento di gente che accusa un Rom per un crimine mi schiero dalla parte del Rom.

I Rom non piacciono quasi a nessuno, il 99% degli italiani odia i Rom, e nel 99% sono compresi quelli che dicono di essere di sinistra e che ogni anno condividono i link su Facebook per festeggiare il 25 aprile.

Se sei nazista o fascista è facile odiare i Rom, hai già provato a sterminarli una volta e non sei riuscito a completare l’opera, ci credo che ce li hai sullo stomaco; se sei di sinistra dovrebbe già essere più difficile, ma le persone che votano SEL e che odiano gli zingari ci sono, purtroppo. Penso sia una cosa totalmente assurda,  l’unica spiegazione è che non sono di sinistra, non ne vedo altre.

A me i Rom stanno simpatici perché sono l’ultimo anello della catena di tolleranza. Ormai i polacchi, i maghrebini, i senegalesi sono “tollerati”, i Rom no. Se c’è uno stupro, la prima cosa da fare è incendiare il campo Rom, mi sfugge la concatenazione logica tra questi eventi, ma funziona così.

I Rom rubano, violentano, uccidono, è vero, sono cose che fanno anche gli inglesi, i francesi o gli italiani, ma loro sono colpevoli a prescindere, fino a prova contraria e comunque non prima del rogo.

Si portano sulle spalle tutti i crimini del mondo, sono i sommi capri espiatori, ed è difficile vivere con una tale spada di Damocle sulla testa, ogni volta che un Rom commette un crimine mette a rischio l’esistenza del proprio popolo, è una responsabilità immensa, insostenibile.

Sono gli antieroi per eccellenza, come si fa a non amarli?

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Born to Die (Lana Del Rey, 2012)

Ascolto pochissima musica recente e quando lo faccio è con colpevole ritardo. Per dire, ho ascoltato per la prima volta Funeral degli Arcade Fire l’anno scorso, quasi obbligato dalle lodi sperticate che sentivo in giro e che alludevano ad un presunto capolavoro, quindi ho messo da parte la mia celeberrima ritrosia ad ascoltare qualsiasi cosa per la quale non siano passati almeno vent’anni dall’uscita nei negozi, ho ascoltato Funeral degli Arcade Fire e mi sono reso conto che lo è davvero un capolavoro, un fottuto capolavoro. Ma questa, come direbbe quello vestito di nero circondato dalle sagome di assassini e gente morta ammazzata nei modi peggiori, è un’altra storia, che merita un post a parte.

Se ne parla in un altro post, perché questo riguarda un evento ancora più epocale, esprimo la mia opinione su un disco uscito addirittura QUEST’ANNO.

Tendo a specificare che il fatto che non ascolti musica “nuova” non è dovuto a snobismo o cose del genere, dipende unicamente dal fatto che ci sono dischi epocali e bellissimi che non ho ancora ascoltato e, quando mi capita di trovarli, vanno in loop per mesi e mesi. Per farvi rendere conto: quando ho scoperto il sommo Leonard Cohen ho ascoltato solo e soltanto i suoi album per più di un anno con tutte le conseguenze del caso.

Chiusa questa parentesi, vi spiego per quale serie di concause ho messo nel lettore il giovanissimo Born to Die dell’altrettanto giovane Lana Del Rey.

In realtà la causa è una sola e si chiama Video Games. Sentendo parlare incessantemente di questa cantante, delle sue esibizioni altalenanti e del meraviglioso brano Video Games, me lo sono andato a cercare sul tubo il brano in questione e, come nel caso degli Arcade Fire, il web aveva ancora una volta ragione, quello che stavo ascoltando era un brano bellissimo, semplicemente perfetto, mi sono innamorato subito di quella voce lamentevole e distaccata, di quella melodia semplice e triste.

Ma dato che ho avuto già molte delusioni, prima di fare il grande passo (che sarebbe ascoltare il disco) volevo delle conferme e ho cercato altro. Ho trovato questa incredibile interpretazione acustica di un altro brano, che poi ha dato il nome all’album, ed è stato un’altro colpo fortissimo, non ho avuto più remore ed ho deciso di procurarmi l’album e di ascoltarlo.

Dico subito che l’esordio-nonesordio di Elizabeth Grant AKA Lana Del Rey non è un capolavoro oppure un disco perfetto, ma mi piace. Mi piace parecchio ed è ancora più incredibile se penso che si tratta di un lavoro sfacciatamente pop, comprese le voci campionate, le parti rappate e l’abbondanza di suoni e rumorini che di solito creano solo confusione. Il fatto è che queste cose sono fatte bene, non sembrano fuori posto e non si scade quasi mai nella cafonaggine. Il merito è sicuramente di una produzione coi controcazzi, ma la base (e per base intendo le melodie, una certa tristezza di fondo di tutto il lavoro, la voce languida e distante) è della ragazza ed è davvero una bella base.

I primi cinque brani sono davvero molto belli e curati (i due singoloni Born to Die e Blue Jeans, il miracolo Video Games e due brani, Off to the Races e Diet Mountain Drew, che sembrano sempre meglio ad ogni ascolto), dopo la qualità scende un po’, ma fatico a trovare canzoni inascoltabili (solo National Anthem, che dopo svariati ascolti non sono ancora riuscito a digerire, e credo che non lo farò mai), e si tratta di un genere che di solito trovo completamente indigesto.

Prima della fine del disco resta spazio per altri due colpi di genio: Carmen, malinconica e con un certo non so che di asiatico, e l’eccezionale Million Dollar Man, pezzo bellissimo per melodia, interpretazione, produzione, tutto! Secondo me se la gioca con Video Games come brano migliore del disco, è uno  di quei pezzi che ascolteresti all’infinito e che non ti stancano mai.

Alla fine, tirando le somme, mi rendo conto che ci sono almeno sette traccie di alto livello su dodici e che almeno due di queste hanno una tale intensità che la gran parte degli artisti (non solo pop e non solo a partire da un certo numero di copie vendute) non riesce a tirar fuori in una carriera e allora penso che, anche se si tratta di una grandissima quanto geniale operazione commerciale, me ne frega il giusto perché questo è un bel disco, capace di emozionare davvero, vi serve altro?

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Superzelda (Tiziana Lo Porto – Daniele Marotta, 2011)

Non ho letto neanche un libro di Francis Scott Fitzgerald, non sapevo nulla di Zelda Sayre, sua moglie, eppure sono rimasto lo stesso colpito da questa bellissima graphic novel scritta da Tiziana Lo Porto e disegnata da Daniele Marotta che ripercorre la vita di Zelda e, di riflesso, di Scott.

Sono rimasto colpito prima di tutto dalla scelta dei colori: bianco, nero e un azzurro molto tenue; dallo stile dei disegni, essenziali o più rifiniti a seconda delle esigenze; dall’immenso lavoro di documentazione che deve essere stato fatto per ricostruire una vita dall’inizio alla fine.

La narrazione usa, per la maggior parte, due stili: uno più didascalico con disegni degli avvenimenti più importanti sottolineati, appunto, da didascalie ed un altro in cui i personaggi prendono il possesso della storia e si rivolgono direttamente al lettore. Capita così di vedere Hemingway che ci parla dei problemi tra Zelda e Scott oppure l’attrice Louise Brooks che si riconosce nel personaggio di “Di qua dal Paradiso” creato, come quasi tutti i personaggi femminili di Scott Fitzgerald, a immagine e somiglianza di Zelda.

Di tavola in tavola, si crea forzatamente un rapporto tra il lettore e Zelda, un rapporto che credo cambi da lettore in lettore; qualcuno odierà Zelda, qualcuno la amerà, quasi nessuno resterà indifferente di fronte a questa storia che i due autori raccontano davvero in maniera sublime.

Leggendo questo fumetto mi è parso di avere tra le mani qualcosa di prezioso, un lavoro scrupoloso e di qualità altissima, con delle invenzioni grafiche geniali, in cui nulla è fuori posto. Davvero un bel libro, consigliatissimo.

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Perché Grillo continua a guadagnare voti?

La risposta è semplice: Grillo sa come funziona Twitter. Mentre non lo sanno (o, peggio ancora, fanno finta di non saperlo) Calzolari e Libero.

Piccolo riassunto della vicenda: Marco Camisani Calzolari, docente in Comunicazione aziendale e linguaggi digitali allo IULM di Milano, pubblica uno studio secondo il quale almeno la metà dei 600.000 followers di Grillo su Twitter sono falsi.

Calzolari ne parla come se fossero “seguaci”, persone che ne approvano l’operato, e questo è il primo, grossolano, errore. I follower, su Twitter non sono altro che persone che decidono di seguire un dato account, non è detto che siano dei fan dell’utente, semplicemente ritengono utile leggere i messaggi di una determinata persona (per dire, per un certo periodo, sono stato un follower di Alemanno, quello vero). Quindi, tra i 600.000 follower di Grillo potrebbero esserci benissimo 300.000 persone che non lo sopportano, non è detto che più il numero è alto, più hai consenso, vuol dire che scrivi cose talmente interessanti o abominevoli da far sì che molte persone siano interessate.

Secondo errore: Calzolari parla di tantissimi bot tra i follower di Beppe Grillo, facendo una scoperta pari solo a quella dell’acqua calda. Un bot, per chi non lo sapesse, è un programma che “tenta” di imitare comportamenti umani, su Twitter i Bot sono finti utenti (nel senso che i messaggi non sono scritte da persone vere, ma in modo automatico da un computer) che utilizzano, come spiega Grillo, la tecnica del re-following per pubblicizzare prodotti. In parole povere, seguono utenti in maniera più o meno random che, per cortesia o curiosità, seguono a loro volta il bot, i cui messaggi, però, saranno per la maggior parte frasi senza senso oppure pubblicità. In questo caso, l’utente “vero” non può farci niente, sono i bot che decidono di seguirti.

L’ultima osservazione di Calzolari (che non mi sembra molto ferrato su come funzionino i social network e internet in generale) riguarda l’acquisto di follower. Su questo punto, non penso si possa essere sicuri al 100%, Grillo dice che, in casi come questo, ci sarebbe dovuto essere un picco nell’incremento dei followers, mentre la crescita è stata abbastanza lineare, ma chi possiede i dati storici dei followers dell’account di Grillo? Penso che manco Twitter li abbia, quindi è un’accusa difficile da dimostrare, soprattutto in un mondo come quello del web dove i grandi personaggi politici utilizzano trucchi e tecniche per nascondere critiche e simulare consenso (non per tirare sempre in ballo Alemanno, ma nel periodo della nevicata su Roma, spuntarono fuori account con un solo tweet all’attivo e questo tweet era un messaggio di elogio all’operato del sindaco).

Ora, si può criticare il modo utilizzato da Grillo per rispondere alle critiche (e io sono uno che pensa sia allo stesso livello, se non peggio, di Berlusconi), cercando sempre di sminuire la persona che ne mette in dubbio l’operato, ma è evidente che in questo caso la figura dell’ignorante o del bugiardo l’ha fatta Calzolari (è un docente in “Linguaggi digitali”, certe cose dovrebbe saperle).

La morale della favola è che la stampa e la maggior parte dei politici tenta di screditare l’avversario parlando di cose di cui non sa, tecnica che sarebbe stata efficace un tempo, quando anche la maggior parte degli elettori non sapeva di cosa si stava parlando e seguiva il titolone. Ora basta girare un po’ in internet, oppure avere un account Twitter, per capire che questi attacchi hanno come unico effetto quello di far aumentare il consenso (quello vero) di Grillo, che sarà anche un populista anti-democratico ma almeno, nel 2012, sa come funziona Internet.

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I quarantanove racconti (Ernest Hemingway, 1938)

Leggendo i quarantanove racconti ti rendi conto che Hemingway è uno scrittore immenso, un vero maestro, e lo capisci da due-tre cosette.

La prima è che rende interessanti cose che detesti o che, semplicemente, ti annoiano a morte, come la caccia, la pesca, le corride; non le sopporti eppure sei lì a leggere di questa gente che spara ai leoni, pesca trote e ammazza tori e non riesci a interrompere la lettura.

La seconda è lo stile. Tutti parlano dello stile di Hemingway, della sua prosa essenziale e asciutta e leggendo questi racconti ti accorgi che scrivere in quel modo è un miracolo, che non è possibile utilizzare frasi così brevi e usare solo il punto per interi passi senza trasformare il racconto in un telegramma, sembra una cosa totalmente assurda eppure lui ci riesce.

La terza sono i dialoghi, i celeberrimi dialoghi di Hemingway, quei botta e risposta da lasciare a bocca aperta, quegli scambi degni della miglior finale di Wimbledon, quelle conversazioni che fanno diventare i personaggi così vivi che ti viene voglia di ripetere a chiunque ti passi vicino quelle frasi, per vedere se la reazione è la stessa, se veramente funziona così nella vita reale.

Quindi ti innamori di questi personaggi, di Francis Macomber, che per un brevissimo periodo (troppo breve) è stato felice, del cameriere che trova un senso alle cose del mondo nel locale in cui lavora perché è “un posto pulito, illuminato bene”, del torero che non accetta di non essere più quello di una volta e del pugile che invece lo sa benissimo e scommette “cinquanta bigliettoni” sulla sua sconfitta, di Nick Adams, alter ego di Hemingway che si mette a nudo e racconta episodi della sua vita (soprattutto il rapporto col padre), e non è un caso che l’ultimo racconto sia “Padri e figli”, in cui Nick, ormai diventato padre a sua volta si sente chiedere dal figlio “Perché non andiamo a visitare la tomba del nonno?”.

Hemingway è un grandissimo scrittore, uno dei migliori per quanto riguarda lo scrivere breve, talmente bravo che lo metterei allo stesso livello dei sommi Borges e Poe; ma io non faccio testo, quindi prendete questo libro per quello che è, una raccolta di racconti, alcuni brevissimi, scritti in un modo particolare e i cui personaggi sono tutto tranne che eroi, e iniziate a leggere, potreste aver trovato una miniera d’oro.

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Italia – Inghilterra

La mia speranza è che sia una partita molto divertente, e spero anche che finisca 2 a 1 per l’Italia, con gol di Rooney su paperone di Buffon e doppietta di Balotelli, che esulta mandando affanculo qualche altro migliaio di persone.

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I could live in hope (Low, 1994)

Un disco meraviglioso, uno di quelli che vengono definiti capolavori, semplicemente perfetto. E tristissimo, tanto bello quanto triste, di una tristezza sincera che non lascia scampo e ti mette faccia a faccia col dolore, senza possibilità di fuga.

Lo capisci già dalla prima traccia, la bellissima e avvolgente “Words” e, se la successiva “Fear” stempera un po’ la tensione, col terzo brano del disco ti rendi conto di essere entrato in una spirale di desolazione, in un vortice dal quale sarà impossibile uscire uguali a come si era entrati, perché questo è un disco che ti segna.

E allora ti lasci cullare da queste ninna nanne mortali, da questi brani spogli (basso elettrico, chitarra ed una batteria ai minimi termini gli unici strumenti utilizzati, oltre alle due voci), caratterizzati da testi minimalisti e da una lentezza inverosimile. Resti meravigliato dalla purezza di queste undici canzoni, dall’affiatamento dei tre musicisti e ti domandi come è possibile che nessuno abbia mai fatto una cosa simile prima d’ora. Ti rendi conto che questa è semplicemente la musica del silenzio, di quando sei triste e sei solo, e pensi.

Indicare i pezzi migliori è impossibile, le canzoni sono quasi tutte sullo stesso, altissimo livello. Tutte tranne Lullaby che è una cosa che semplicemente non si può spiegare, quasi dieci minuti, la maggior parte strumentali, di tristezza, con la voce di Mimi Parker nella prima parte e la chitarra di Alan Sparhawk nella seconda che spezzano il cuore.

L’ultimo brano, “Sunshine”, è un vero colpo di genio, è una cover di una canzone famosissima che non nomino, perché rovinerebbe l’ascolto a tutti quelli che non hanno ancora sentito questo disco, tanto è un colpo di scena.

I Low con questo disco d’esordio hanno posto i confini della musica rock un po’ più in là, aggiunto un nuovo limite alla desolazione nella musica leggera e, particolare non trascurabile, ci hanno regalato undici canzoni semplicemente stupende.

 

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Perché sempre lui?

Sono interista, ho visto almeno il 90% delle partite degli ultimi 10 anni e, di riflesso, quasi tutte le partite di Balotelli in nerazzurro dopo il suo esordio in serie A. Insomma, credo di avere abbastanza elementi per poter giudicare il calciatore dentro ed anche al di fuori del campo di gioco.

Il mio giudizio è abbastanza chiaro: Balotelli è un grandissimo giocatore, talentuosissimo, che nella fase iniziale della sua carriera ha pagato una combo terrificante per la stampa sportiva italiana: nero + interista + testa di cazzo.

Non poteva certamente avere vita facile, ed infatti non l’ha avuta, si è arrivati al punto di giustificare insulti razzisti (uno su tutti: “Non ci sono negri italiani”) col fatto che il ragazzo ha un carattere particolare, risponde e, insomma, alla fine se li cerca gli ululati e gli slogan neo-fascisti.

La cosa è andata avanti così per tutto il periodo in cui ha giocato in serie A, e non nascondo che alcuni tra i momenti più esaltanti vissuti da tifoso siano state alcune risposte di Mario ai subumani che di volta in volta l’hanno insultato. Tra tutte il mostrare lo scudetto ai tifosi juventini nel loro stadio dopo uno dei suoi innumerevoli gol contro quella squadra là, l’offesa suprema.

Con Balotelli ci siamo divertiti tantissimo, ma ci ha fatto anche incazzare parecchio e, dopo una serie incredibile di cazzate orchestrate da personaggi poco raccomandabili (culminate nella semifinale di andata contro il Barca, nella più bella partita dell’Inter che io abbia mai visto), le strade si sono dovute gioco forza separare, sarebbe stato impossibile, per lui, giocare ancora nell’Inter.

Una volta al City ho creduto che non sarebbe più stato tartassato dalla stampa e da tutto l’ambiente calcistico italiano, pensavo che sarebbe diventato il simbolo della nuova nazionale, dato l’abbandono della maglia nerazzurra; era ancora nero ed era ancora un gran rompicoglioni, ma almeno non giocava più con l’unica squadra che viene criticata a prescindere nell’ambiente dello sport italiano.

Ora, invece, dai giornali leggo che c’è un solo colpevole per questa deludente (finora) spedizione azzurra. La colpa è tutta di Balotelli che quando tira dovrebbe passare la palla e quando la passa dovrebbe tirare, sicuramente non è di Chiellini che salta fuori tempo lasciando l’attaccante avversario libero di segnare, né di Prandelli che fa giocare Giaccherini da terzino nonostante sia attaccante e non sappia fare (giustamente, direi) una diagonale difensiva. Balotelli è il cattivo esempio, mentre Buffon che scommette un milione e mezzo di euro in nove mesi e giustifica le combine di fine campionato (ed è anche fascista) è il capitano della nazionale, e Cassano è un simpaticone che può tranquillamente offendere gli omosessuali.

Pochi dicono che Balotelli è uno dei pochi giocatori che può fare la differenza, che ha vinto uno scudetto praticamente da solo a 18 anni, quando la maggior parte dei suoi compagni se la faceva sotto, che è stato decisivo di nuovo nella vittoria della Premier League del City dopo 40 e passa anni. Che, a quasi 22 anni, ha un palmares che quasi tutti i suoi compagni di nazionale si sognano. Viene fatto passare per un giocatore qualsiasi che non ha dimostrato niente e che fa solo casino.

Dopo tutto questo e dopo la partita di ieri, ho deciso di tifare per l’improbabile Grecia, potrei cambiare idea solo in un caso: gol di Balotelli (magari entrato a partita in corso) decisivo per la qualificazione, festeggiato con la sua solita strafottenza.

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1755

Il dovere di eterna fedeltà non serve che a creare degli adulteri e le stesse leggi della continenza e dell’onore estendono necessariamente la corruzione e moltiplicano gli aborti.

Jean-Jacques Rousseau, “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini”

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Le mie interpretazioni preferite di: The battle hymn of the Republic

Iniziamo col dire che questa canzone non la sopporto proprio, per almeno un paio di motivi.

Primo: è una canzone patriottica, ed io ho qualche problema col patriottismo che sfocia in nazionalismo, e in generale con gli inni che dicono che noi siamo i migliori, i più belli e i più buoni solo perché siamo nati nel nostro paese e che gli “altri” (a livello universale) sono peggio a prescindere.

Secondo: “Our God is marching on”. Gioco, partita, incontro; mi arrendo.

Detto ciò, il motivo di questo post è che per un po’ di tempo e per motivi che vanno al di là della mia comprensione mi ritrovavo sempre questa canzone tra i piedi, sempre. Mi bastava accendere la televisione e partiva questo insopportabile Glooory, Gloory, Halleluuuuujah!

Insomma, questo post è una vendetta, ho scelto le interpretazioni che mi hanno fatto ridere di più. Certo, non piaceranno ai soci dell’NRA o del Ku Klux Klan, ma credo che riuscirò a farmene una ragione .

Partiamo con una puntata dei Simpson. C’è una riunione (con bulli e secchioni) sulla casa dell’albero di Bart e prima di cominciare cantano una canzone:

Sì, è proprio lei, e in questo caso è diventata una feroce critica al sistema scolastico americano.

La seconda versione è presente in una puntata dei Jefferson, in questo caso è George Jefferson ad esibirsi in una versione molto più figa dell’originale, con tanto di “Aaaauh!” alla James Brown.

Molto meglio dell’originale.

La terza versione è seria ed è il motivo per cui penso che Johnny Cash sia un genio, perché riesce a farmi piacere questa canzone:

Niente da aggiungere.

L’ultima, e a mio avviso la migliore di sempre, nei secoli dei secoli, ed è quella cantata in un capolavoro che dovreste aver visto tutti, ma proprio tutti:

Semplicemente perfetto.

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