Doctor Who 7×05 – The Angels take Manhattan (Steven Moffat, 2012)

Che la fine del viaggio di Amy e Rory fosse la trama comune di questa prima parte di stagione era chiaro. Che non sarebbe stata una cosa semplice e lineare si sospettava, a differenza di quello che i precedenti episodi avevano fatto intuire (il Dottore che si rende conto che la loro vita “normale” inizia a prendere il sopravvento e decide di allontanarsi pian piano dai Pond), perché a Steven Moffat le cose semplici e lineari non piacciono proprio e perché sapeva che questa puntata sarebbe stata per lui quello che è stato Doomsday per Russell T Davies, il primo addio di un companion amatissimo (in questo caso addirittura due). La fine di un ciclo, in un telefilm fatto di cicli, di chiusure e di nuovi inizi. Soprattutto l’uscita di scena di due personaggi a cui è impossibile non voler bene.

Amy Pond, “il primo volto che questo volto ha visto” (frase che sarebbe ridicola in tutte le serie tv, tranne questa), la bambina cresciuta con una crepa spaziotemporale nella stanza e che si è vista piombare in casa questo tipo strano che gli mette in subbuglio la cucina per mangiare bastoncini di pesce e crema pasticcera; la ragazza che ha passato l’infanzia e l’adolescenza insieme a sua figlia senza saperlo, attendendo che tornasse il Dottore, il quale si farà vivo solo una decina d’anni dopo.

E l’uscita di scena di Rory Williams in Pond, che è morto innumerevoli volte ma in un modo o nell’altro riesce sempre a sfangarla, che ha fatto la guardia per 2000 anni ad una scatola in cui era rinchiusa Amy quando era un centurione romano fatto di plastica, che ha chiuso Hitler in uno sgabuzzino dopo avergli rifilato un cazzotto in faccia, in uno dei momenti più epici della nuova serie.

La coppia perfetta, talmente perfetta che il quasi divorzio lampo di inizio stagione mi è parso davvero una stonatura, i genitori di Melody Pond AKA Mels AKA River Song, ovvero colei che ha tentato di uccidere e poi ha sposato il Dottore. Mi sembra chiaro che per abbandonare due personaggi del genere non basta lasciarli sotto casa e salutarli come una Martha Jones qualsiasi, il momento dell’addio doveva per forza essere qualcosa di incredibile e tragico, che facesse scendere litri di lacrime.

Quindi Moffat utilizza tutte le sue carte predilette: paradossi, linee temporali che si ingarbugliano in modo assurdo, River Song e, soprattutto, gli Angeli Piangenti. Ambienta la storia nella New York di oggi e in quella del 1938, sfruttando l’enorme quantità di statue presenti nella città, compresa LA statua.

Tenta di fare qualcosa di enorme e non ci riesce, come gli capita ultimamente la risoluzione finale non è solida come lo erano quelle di Davies (anche se pure lui a incongruenze non scherzava mica: quei meravigliosi minuti finali di Doomsday sembravano una sentenza, ma poi basta spostare 27 pianeti ed ecco che ti ritorna tutta la famiglia Tyler da un altro universo…) e c’è sempre l’impressione che qualcosa non quadri, ma alla fine importa poco perché ci sono trovate geniali e scene meravigliose che salvano tutto: Rory che decide di morire (ancora!) per creare un paradosso che ucciderà gli Angeli, Amy che sceglie ancora una volta Rory e si butta assieme a lui dall’ultimo piano, Amy e Rory che si risvegliano nel cimitero e il Dottore che dice “Siamo tutti dove dovevamo stare”, Amy che per la prima volta si rivolge a River come una figlia (proprio quando la vede per l’ultima volta), la chiama Melody e le dice di fare la brava, il Dottore che alla fine corre per ritrovare la pagina del libro strappata all’inizio (perchè “odia i finali”) che contiene l’ultimo saluto di Amy, il consiglio a non rimanere solo che poi succedono casini, come accaduto nello splendido special “Waters of Mars”, l’invito ad andare a trovare la bambina che attese inutilmente il suo ritorno la notte in cui tutto ebbe inizio.

Alla fine la commozione è forte, anche se per me non raggiunge il livello del (quasi) addio a Rose, ma è comunque qualcosa di eccezionale in una serie che l’anno prossimo festeggerà il cinquantenario, una puntata emozionante in una stagione partita un po’ in sordina, si mette un punto sul primo ciclo di Moffat come showrunner e si inizia a pensare al successivo: nuova companion (Jenna-Louise Coleman, che ha al suo attivo una strepitosa apparizione nel primo episodio di questa stagione), nuovi viaggi, nuove avventure, la solita vita da Signore del Tempo, insomma.

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