I could live in hope (Low, 1994)

Un disco meraviglioso, uno di quelli che vengono definiti capolavori, semplicemente perfetto. E tristissimo, tanto bello quanto triste, di una tristezza sincera che non lascia scampo e ti mette faccia a faccia col dolore, senza possibilità di fuga.

Lo capisci già dalla prima traccia, la bellissima e avvolgente “Words” e, se la successiva “Fear” stempera un po’ la tensione, col terzo brano del disco ti rendi conto di essere entrato in una spirale di desolazione, in un vortice dal quale sarà impossibile uscire uguali a come si era entrati, perché questo è un disco che ti segna.

E allora ti lasci cullare da queste ninna nanne mortali, da questi brani spogli (basso elettrico, chitarra ed una batteria ai minimi termini gli unici strumenti utilizzati, oltre alle due voci), caratterizzati da testi minimalisti e da una lentezza inverosimile. Resti meravigliato dalla purezza di queste undici canzoni, dall’affiatamento dei tre musicisti e ti domandi come è possibile che nessuno abbia mai fatto una cosa simile prima d’ora. Ti rendi conto che questa è semplicemente la musica del silenzio, di quando sei triste e sei solo, e pensi.

Indicare i pezzi migliori è impossibile, le canzoni sono quasi tutte sullo stesso, altissimo livello. Tutte tranne Lullaby che è una cosa che semplicemente non si può spiegare, quasi dieci minuti, la maggior parte strumentali, di tristezza, con la voce di Mimi Parker nella prima parte e la chitarra di Alan Sparhawk nella seconda che spezzano il cuore.

L’ultimo brano, “Sunshine”, è un vero colpo di genio, è una cover di una canzone famosissima che non nomino, perché rovinerebbe l’ascolto a tutti quelli che non hanno ancora sentito questo disco, tanto è un colpo di scena.

I Low con questo disco d’esordio hanno posto i confini della musica rock un po’ più in là, aggiunto un nuovo limite alla desolazione nella musica leggera e, particolare non trascurabile, ci hanno regalato undici canzoni semplicemente stupende.

 

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