Crossing the red sea with the Adverts (The Adverts, 1978)

Se fossi un critico musicale vi ammorberei elencando tutta la discendenza rock, a partire da Robert Johnson, passando per gli Who e gli Stones, soffermandomi sugli Stooges solo per utilizzare uno dei più brutti (e inutili) termini che la storia della critica ricordi (se non l’avete intuito è proto-punk), per poi concludere questo esercizio puramente onanistico con Clash e Sex Pistols.

Per vostra fortuna (e anche di quella della stampa specializzata), non sono un critico musicale, quindi salto tutta la parte noiosa e vi dico direttamente perché dovreste ascoltare questo disco.

Come avrete intuito si parla di punk che, per dirla in parole povere, è quella musica grezza e incazzata che si suonava a Londra nel ’77, nel senso che si suonava solo lì (che se ti spostavi a Manchester era pop-punk) e solo in quell’anno (al massimo l’anno dopo), che nel ’79 era già diventata new-wave e prima era quella parola che mi rifiuto di scrivere.

Dato che il disco è stato pubblicato nel 1978 e i The Adverts sono stati a Londra, può essere definito punk.

A parte i requisiti storico-geografici può essere definito punk perché è davvero punk, nel senso dello spirito che pervade il disco e se non avete mai percepito quello spirito o non sapete di cosa diavolo stia parlando, dovete inserire questo disco nel lettore e premere play.

La prima traccia è un manifesto, lo scontro tra artista e pubblico (“Immagino cosa risponderemo quando ci direte: <<Non ci piacete, andate via!>>”), il furore e l’essenzialità.

È un confine, se non fa per te butti il disco dalla finestra e non ascolterai mai più nulla del genere in vita tua, se ne resti colpito hai colto l’essenza di questa musica ed il resto è conseguente, sono 12 canzoni punk, la maggior parte capolavori e avverti il miracolo che si è creato in quest’opera: il massimo dell’emozione col minimo della tecnica.

È un flusso senza tregua di schitarrate essenziali e rumorose, in alcuni casi solo semplici sequenze di accordi, con gli assoli ridotti al minimo, ma sempre efficaci, di percussioni opprimenti, di un basso capace di giri avvolgenti e di rintocchi scurissimi, quasi dark, di una voce senza guizzi tecnici ma terribilmente sincera, di testi semplici e diretti che parlano di una generazione senza punti di riferimento, e non solo quella dei ventenni nel ’77.

La prima lezione che si impara da questo disco è che la bellezza può essere scovata anche nella rabbia e non c’è bisogno di assurdi tecnicismi per estrarla e mostrarla al mondo.

La seconda lezione è che, con mezzi così limitati, un capolavoro del genere, un misto talmente sincero e denso di rabbia e immediatezza, ti riesce una volta sola.

Alla fine del disco noti che rispetto ai primi dischi punk ha una compattezza e una cura diversi, ma alla fine non ti interessa poi tanto il confronto con altri artisti e generi, quello che conta è che un disco totalmente viscerale, che non lascia indifferenti, come solo i capolavori della musica sanno essere, e farlo con così poca tecnica è davvero commovente.

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