Open (Andre Agassi, 2011)

Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato.

Un campione che odia il proprio sport. Basterebbe questa citazione per capire che Open non è una semplice autobiografia celebrativa, di quelle che contengono solo ringraziamenti e qualche frecciatina ai colleghi meno simpatici. Questo libro racconta la vita della persona e del tennista Andre Agassi ma la lezione che ne esce fuori è l’opposto del self-made man, del grande sogno americano.

Il piccolo Agassi è obbligato dal padre a passare le giornate a colpire palline da tennis, perché “se colpisci 2500 palline al giorno non potrai che diventare il numero uno” e diventare il numero uno è il sogno imposto dal padre al piccolo Andre. Di giorno in giorno gli allenamenti diventano un’assurda ricerca della perfezione, quando non bastano più i palleggi nel giardino di casa Agassi viene mandato all’accademia di Nick Bollettieri, che addestra i giovani tennisti come se fossero soldati.

Incapace di capire il senso di tutto questo, costretto da altri a non poter fare scelte, Andre inizia a ribellarsi con vestiti strani e tagli di capelli assurdi, entra nel circuito dei professionisti ed il ritmo dei tornei, “il vortice”, segna il ritmo della sua vita.

Il mito dell’uomo fatto da sé ne esce distrutto, Agassi riesce a trovare un equilibrio solo grazie ad un pugno di persone: l’amico Perry, un ex pastore, il preparatore atletico Gil Reyes che diventa un secondo padre, dato che il vero padre di Andre si rapporta al figlio solo attraverso il tennis. Quando decide di affidarsi a Brad Gilbert per cambiare il suo gioco capisce che la perfezione è un traguardo irraggiungibile ed inutile, che nel tennis, come nella vita, non bisogna essere perfetti in ogni azione, ma basta scegliere di volta in volta la cosa migliore da fare.

Attraversa grandi trionfi e clamorose sconfitte, ed anche quando vince la sua felicità non è completa, è imperfetta (riguardo alla vittoria del Roland Garros dice: “Vincere non dovrebbe essere così bello. Non dovrebbe mai importare così tanto”); i primi momenti felici della sua vita sono la vittoria alle Olimpiadi di Atlanta (in un contesto totalmente diverso da quello del circuito) e l’incontro con Nelson Mandela che gli insegna il vero obiettivo dell’essere umano: aiutare gli altri, soprattutto quelli che soffrono, “Amo e riverisco quelli che hanno sofferto, in qualunque momento. Adesso sono più simile ad un membro adulto della razza umana”.

Le pagine scorrono via molto velocemente (il libro è stato scritto col premio Pulitzer J. R. Moehringer), sembra di leggere un romanzo di Kurt Vonnegut, i personaggi, almeno, sembrano i tipici personaggi sgradevoli di Vonnegut, ma qui si tratta di persone vere. Le cronache degli incontri di tennis occupano gran parte del libro, la ripetizione monotona dei colpi, dei numeri, degli avversari, dei luoghi fa capire che il tennis è uno sport fatto di dettagli, geometria, minimi particolari e di cicli che ripartono di continuo, riesci quasi a capire in che razza di spirale si sia trovato Agassi per oltre vent’anni della sua vita.

Parla dei suoi avversari, di quelli che lo irritano e di quelli che lo impressionano, della distanza incolmabile (non solo nel tennis) con Sampras, della superiorità di Federer: “Compatisco il giocatore destinato ad essere l’Agassi di questo Sampras. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli. Federer non ne ha.”

Negli ultimi anni prima del ritiro trova un obiettivo nella scuola che porta il suo nome e che fornisce istruzione gratuita ai bambini e ragazzi di Las Vegas che non possono permettersela, e trova in Steffi Graf (anzi, Stefanie) l’unica persona che davvero lo capisce dato che anche suo padre ha deciso che la figlia sarebbe stata una campionessa prima ancora che nascesse: “Quando le rivelo che odio il tennis si gira a guardarmi con un’espressione che dice: Ovvio. Non è così per tutti?”

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